BRANCHE
SPECIALISTICHE

FAQs - AUTISMO -
risponde il Dott. Massimo Borghese

1. Si può parlare di prevenzione nell'autismo?
L'autismo è una sindrome a genesi multifattoriale; non riconosce quindi una sola origine, e le diverse quanto numerose cause in grado di innescare questo quadro patologico, possono subentrare a diversi livelli e stadi di una catena che non è uguale per tutti i casi. Ad esempio, quella che in alcuni soggetti si comporta come causa predisponente, in altri può essere scatenante, e sia l'una che l'altra evenienza possono non essere le uniche a provocare la malattia.In quest'ottica, prevenzione può significare cercare di evitare l'incontro (materno, fetale, neonatale, in età infantile) con gli agenti causali individuati come tali.Da un punto di vista più pratico e immediato, prevenzione può significare invece INTERVENIRE PRECOCEMENTE, al più presto, e con competenza, SUI PRIMI SINTOMI DI AUTISMO. Ciò vuol dire sradicare la cultura dell'attesa, l'idea del "non c'è fretta, aspettiamo", affermazione ancora oggi sulla bocca di molti medici che, quando un genitore segnala la comparsa di sintomi strani nel proprio bambino, anzichè attivare subito la consulenza specialistica con la successiva eventuale presa in carico terapeutica, minimizzano e rinviano il bambino a verifiche successive, impedendo così l'attuazione di un intervento precoce ed anche preventivo. L'autismo, infatti, non esplode da un giorno all'altro, comincia a manifestarsi in un arco di tempo che a volte dura mesi, prima di mostrarsi in tutta la sua clamorosa drammaticità.Per esperienza professionale diretta posso affermare che numerosi bambini presi in carico in terapia foniatrico-logopedica nel corso dei primi mesi di comparsa di manifestazioni autistiche, hanno raggiunto un recupero totale delle abilità comunicative. In questo senso si può parlare di PREVENZIONE, dal momento che si può determinare un'eliminazione della sintomatologia autistica progrediente.La controprova sta nel riscontro delle sistematiche "esplosioni" della sintomatologia autistica conclamata, in quei soggetti che, al primo apparire delle manifestazioni autistiche, non sono stati subito trattati.

2. A che età iniziare la logopedia nell'autismo?

Non esiste mai un "presto" quando c'è da avviare trattamenti abilitativi. Purtroppo è abitudine diffusa di molti medici affermare che "non c'è fretta" o "non è ancora il momento" per iniziare una terapia logopedica.Uno dei maggiori errori è credere che per avviare un intervento abilitativo sul linguaggio, occorre che il bambino sia attento e collaborante, o che debba già possedere abilità linguistiche minime. Non è così! La logopedia non è solo correzione di difetti verbali, ma è anche e soprattutto induzione di linguaggio, anche se un bambino non ha alcuna abilità comunicativa. E PIU' PRESTO SI COMINCIA, MEGLIO E'.

3.Si può definire "lieve" o "grave" un quadro di autismo?
Quando mi viene posta questa (frequentissima) domanda, rispondo che la gravità di un quadro di autismo non dipende dal "peso" dei sintomi manifestati dal bambino nel momento della valutazione, ma dalla sua età, dal rapporto tra la sua età e l'inizio del trattamento abilitativo, dai risultati che sta dando una terapia in corso.A due o tre anni, anche le sintomatologie più "severe" e impegnative possono non essere considerate "gravi" perchè si ha il vantaggio dell'età in cui un intervento abilitativo ben condotto, può portare a risultati brillanti.Meno roseo appare invece il quadro di soggetti anche non particolarmente compromessi sul piano della sintomatologia clinica, ma che non hanno mai avuto esperienze di terapie tendenti a indurre verbalità e che comunque non hanno mai parlato. Ciò non significa che la prognosi debba essere vista come definitivamente sfavorevole; intendevo solo contrapporre due situazioni opposte, la cui definizione di gravità non va riferita alla valutazione assoluta dei sintomi, ma ad un criterio di analisi più dinamico e più legato alla tempestività ed al tipo di trattamento abilitativo.

4. Quale metodo utilizzate nel trattamento dell'autismo?
Più volte mi è stato chiesto di dare un nome al nostro tipo di intervento in diagnosi e terapia nella sindrome autistica. O più semplicemente mi è stato chiesto come si chiamasse il metodo adottato dai terapisti a me collegati. Ho spesso affermato che ogni "metodo", in quanto tale, avesse dei limiti nel fatto stesso di essere... "un metodo"; sostenendo invece che bisognerebbe operare, sì, con dei fini ben precisi, primo (anche se non unico) dei quali, il raggiungimento del linguaggio verbale, ma lavorando con modalità terapeutiche appartenenti allo stesso tempo alla logopedia tradizionalemnte intesa, ed a ciò che di meglio e di più utile può appartenere ai cosiddetti "metodi". Da qui, l'assemblaggio non casuale e non privo di accurate scelte personali e professionali, di diverse figure di operatori, tutti opportunamente preparati e formati allo scopo, capaci di lavorare nella stessa direzione -come descritto nelle linee guida dei nostri protocolli- ma in grado di apportare il contributo delle rispettive individualità tecniche, culturali, e di matrice di provenienza; nonchè allo stesso tempo sempre in atteggiamento di aggiornamento e confronto tra loro stessi e con altri operatori. Come definire, dunque, il tipo di lavoro di questo gruppo aperto, aperto sia come rinnovo ed ampliamento del numero degli operatori stessi, sia come rinnovo ed ampliamento dei contenuti delle modalità di diagnosi e terapie? INTERVENTO FONIATRICO INTEGRATO (di Massimo Borghese). Intervento, perché non è soltanto un momento diagnostico o un metodo terapeutico, ma si tratta di un insieme di attività di: - diagnosi - terapia, anzi, terapie - gestione delle verifiche longitudinali. Foniatrico, perchè la diagnosi è un momento medico; viene effettuata dal foniatra, laureato in medicina e specializzato in fisiopatologia della comunicazione, che inquadra il soggetto comunicopatico da un punto di vista clinico, al fine di definire le possibili cause della sua patologia, e soprattutto il cosiddetto profilo comunicativo, cioè l’insieme delle abilità percettive, cognitive-integrative-decisionali, motorie-prassiche-espressive, emotivo-relazionali-comportamentali. E’ ancora appannaggio del foniatra, la valutazione nel tempo dell’andamento del percorso terapeutico, attraverso successive verifiche dei diversi livelli di prestazionalità del soggetto in trattamento. E poi, foniatrico, perché l’autistico risulta danneggiato essenzialmente nelle capacità comunicative, e la disciplina che si occupa dei disturbi comunicativi (e in particolare verbali) è, appunto, la foniatria. Integrato, perchè sia a livello valutativo che in ambito terapeutico, interagiscono diverse figure professionali con quelle basilari del foniatra e del logopedista. Operano, infatti, l’educatore, lo psicologo, il neuropsicomotricista, il musicoterapista, l’insegnante di base e l’insegnante di sostegno; tutti sintonizzati in un lavoro rivolto verso una serie di obiettivi, il principale -ma non unico- dei quali, è il raggiungimento del linguaggio verbale. Integrato, nel contempo, con interventi di tipo dietetico e biomedico, finalizzati al ripristino o al miglioramento di un equilibrio metabolico del paziente in terapia abilitativa.

5. Quali sono le caratteristiche innovative più significative dell'INTERVENTO FONIATRICO INTEGRATO?
Modalità di somministrazione di sedute di terapia, tipo “full immersion”, ossia, due ore al giorno per cinque giorni consecutivi (tipicamente da lunedì a venerdì), seguite da altrettante settimane di full immersion (quando possibile, e perché, comunque, più si fa meglio si fa) o da tre sedute settimanali per alcune settimane, per poi riproporre un’altra “full immersion”. - Rotazione delle terapiste, nel senso di non affidare il bambino ad una sola logopedista, ma a numerose operatrici che possono cambiare non solo da un giorno all’altro, ma anche da un’ora all’altra; al fine di favorire l’adattamento comportamentale del bambino a figure diverse, ma anche per sfruttare le capacità individuali di ogni singola terapista, appartenente ad un gruppo comunque di “tutte brave” però ciascuna con le proprie componenti culturali e formative, e le proprie sia pur sfumate diversità di approccio, estremamente utili anche ai fini delle periodiche valutazioni del bambino e delle sue reazioni alle differenti situazioni relazionali. - Costante aggiornamento (settimanale e mensile) tra le terapiste, e tra le terapiste e il foniatra, attraverso diverse modalità di interscambio di informazioni, pianificate nell’organizzazione stessa degli orari e delle attività del gruppo. - Costante passaggio e scambio di informazioni sull’andamento delle terapie, tra operatori e famiglie, attraverso modalità diverse, quali colloqui settimanali e mensili, scambi di video, contatti via e-mail e telefonici, oltre, naturalmente alla - Presenza dei genitori nelle sedute di terapia, con coinvolgimento attivo degli stessi, soprattutto con consegne a casa. - Presenza ai corsi di aggiornamento e formazione per i terapisti, anche dei genitori e di altri operatori che lavorano con i bambini da noi seguiti; il tutto al fine di iniziare sin dai momenti di formazione e informazione, un percorso condiviso.

6. Come può essere un bambino uscito dall'autismo?
E' utile e costruttivo riferire i contenuti delle osservazioni effettuate su bambini usciti dall'autismo, sia perchè le notizie in giro sono scarsissime al riguardo (in genere le cronache e la letteratura scientifica ci descrivono sempre l'autismo nelle sue piene espressioni, al massimo nei suoi albori sintomatologici), sia perchè noi operatori per primi abbiamo bisogno di elaborare certi rilievi e confrontarci su di essi, per arricchire e aggiornare il più possibile i nostri bagagli operativi e di conoscenze sull'argomento. In questi giorni sto nuovamente incontrando un nostro ex autistico, ora undicenne, scolaro di quarta elementare, per una serie di verifiche del suo profilo comunicativo. In sintesi, mi sentirei di definirlo così: - Livello cognitivo nella norma. Il suo patrimonio di conoscenze è adeguato all'età, le capacità elaborative mentali, le capacità di comprensione e simbolizzazione non presentano difformità da quelle di bambini coetanei. Ha invece maggiori difficoltà a comprendere metafore e barzellette. - Livello percettivo integrativo nella norma. - Livello espressivo verbale nella norma per quanto riguarda la strutturazione della frase, il vocabolario (ricco anche di sinonimi), la fonologia (nessun difetto di pronuncia); la prosodia, invece, risente degli stati d'animo, con eloquio monotono quando un argomento di cui si parla non gli interessa molto, eloquio invece ricco anche di componenti soprasegmantali (cambi di intonazione ed enfasi) quando l'argomento è di suo interesse. - Capacità di lettoscrittura buone per la grafia e l'oralizzazione del testo da leggere, in termini di competenza fonologica; mentre la fluenza di lettura talvolta è lenta, e la comprensione di brani lunghi e complessi risente talvolta di un non costante livello attentivo. Stessa situazione per la scrittura, buona come tratto grafico, non non particolarmente ricca di contenuti nella composizione spontanea, in cui sembra equivalere ad un bambino di prima-seconda elementare piuttosto che di quarta. Calcolo aritmetico ottimo. E' il suo piatto forte... - Comportamento sociale adeguato; il bambino si relaziona perfettamente con i coetanei, è protettivo verso i più piccoli, rispetta le regole ed è ben educato. Facile a stancarsi in situazioni che lo interessano poco, così come a farsi meno partecipe ad attività di gruppo che non trovano il suo gradimento; a volte rinunciatario verso compiti che ugualmente sarebbero alla sua portata ma che non trova di suo interesse. Non è certamente tutto ciò che ho visto, ma i tratti essenziali mi sembrano questi. Sarà interessante, a mio parere, confrontare quanto rilevato con ciò che il bambino stesso presenterà in futuro nella sua evoluzione maturativa ed esperienziale, nonchè con ciò che emergerà dall'osservazione di altri "ex" autistici.

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